giovedì 13 settembre 2012

Incontro con Dacia Maraini



Nell’ambito del Salone del Libro di Torino il nostro gruppo ha partecipato ad un incontro con Dacia Maraini, dopo aver letto, discusso e “recensito” il suo nuovo libro La grande festa (Rizzoli 2012) ; l’incontro è stato presentato e condotto da Lorenzo Mondo. Questa è una sintesi, sicuramente lacunosa e forse a tratti imprecisa, degli argomenti affrontati in quell’occasione : le domande sono solo alcune delle tante che la lettura aveva suscitato tra di noi, e che non hanno potuto avere risposta per ragioni di tempo.


Lorenzo Mondo:
Anche se tra l’ultima opera di Dacia Maraini e Bagheria si avverte una sorta di continuità, La grande festa è senz’altro un libro "diverso", i cui contenuti stridono con il titolo: parla di Yuki e Fosco Maraini, Giuseppe Moretti, Pasolini, Moravia, Maria Callas, ma soprattutto raccoglie ampie considerazioni sulla morte e su come affrontarla. La società odierna, infatti, non ha più confidenza con "l'ultimo giorno". La morte entra nel cinema e nelle storie come mezzo per fare paura: un tempo, invece, veniva assimilata all'agonismo rappresentato dal parto, e secondo molte religioni e mitologie costituiva l'ingresso in un'altra vita.
Dacia Maraini sostiene di conversare, nel sonno, con i morti: ha l'impressione di discorrere con loro, e dice che "bisogna solo mettersi ad ascoltare". I grandi poeti antichi, seppur in modo intermittente, hanno testimoniato la morte; DM inclina a ritenere (sulla scorta di Isaia) che ci sia un altro mondo “dove il bambino gioca tranquillo davanti alla tana del serpente, dove il lupo e l'agnello stanno insieme pacificamente”. Tutto questo ci viene detto in modo pacato, con un sentimento di grande quiete: per questo si tratta di un libro “che fa bene".

DM : Tutti hanno dei morti vicino, e riconoscersi in queste storie aiuta. Lo scrittore non è di più rispetto agli altri, ha solo una maggiore competenza linguistica: le sue idee cioè non sono superiori, ma le sue capacità gli consentono di esprimerle meglio. Inoltre conoscendo le parole si pensa anche più chiaramente, quindi la competenza linguistica è una competenza di pensiero: non esiste pensiero senza linguaggio.
"La grande festa" è una citazione di Aries (Storia della morte nel mondo contadino) : nel mondo contadino il passaggio dalla vita alla morte era un grande momento comunitario, anche per i bambini, e tutti tenevano la mano al morto. Secondo Aries noi siamo passati alla solitudine delle macchine, dalle mani di carne alle mani di ferro (tanto che non si nasce più di domenica!) ; se allora di fronte alla scomparsa di una persona si faceva una festa, ora resta solo la solitudine, perché la persona viene abbandonata al freddo ospedale. Nel mondo contadino, poi, uno moriva e basta, mentre oggi ci sono persone che vegetano attaccate alle macchine: ma fino a che punto possiamo decidere della vita?
Oggi la morte è un tabù: non si dice. Si nega, ma la morte cacciata dalla porta rientra dalla finestra, e ritorna in forma negativa, come nel caso dei vampiri. Non esiste più un rapporto con i morti, nonostante loro ci parlino: ci parlano con un linguaggio diverso, come con i sogni, e dicono qualcosa di noi.
I Giapponesi costruiscono altari per gli antenati, che vengono nutriti simbolicamente con offerte di cibo. Il teatro No è tutto basato su dialogo tra vivi e morti: i morti sono bellissime creature con splendidi vestiti e maschere, ed essendo più distaccati sanno dare buoni consigli. I nostri cimiteri invece fanno orrore, sembrano periferie cittadine dove i morti vengono rinchiusi in un cassetto.

Domanda : La struttura del libro non prevede divisioni o capitoli, ma sembra piuttosto voler riprodurre un flusso di pensieri e di ricordi: è corretta questa impressione? Era questo il suo intento?
DM : Trattandosi di un romanzo saggistico, è intervallato da riflessioni: in effetti è uno schema molto adatto a questo genere, che richiede una struttura non rigida ma fluida.

Domanda : L’utilizzo delle tecnologie informatiche e l’immediatezza degli scambi comunicativi hanno modificato le relazioni e il rapporto con la scrittura?
DM : Non ci sono cambiamenti sostanziali, si scrive, si stampa e si riscrive. Ma attenzione, la tecnologia offre solo l'illusione della perfezione: con una pagina stampata si nota la perfezione grafica e si può scambiarla con la perfezione del racconto, ma si deve sempre riuscire a trasmettere qualcosa… sono comunque gli uomini a mettere in moto le macchine. Quando si rivede ciò che si è scritto bisogna poi controllare attentamente le ripetizioni, che sono come le pulci in un cane infestato: ne ammazzi 100 e 100 ritornano! (Flaubert)

Domanda : Una storia può essere raccontata attraverso diverse forme: racconto, romanzo, poesia, teatro… Cosa cambia a seconda del genere? Ci sono storie che hanno bisogno di essere raccontate in un modo piuttosto che in un altro?
DM : Il romanzo ha a che vedere con il passaggio del tempo; il tempo è stato inventato da noi, e l'orologio è fatto per dargli senso. Il romanzo si chiede “perché?” : ha bisogno di svolgimento, e anche di tempo fisico. C'è poi il romanzo breve, in questo caso senti che pur essendo breve è comunque un romanzo; il racconto invece è un romanzo contratto, ha lo stesso arco di svolgimento ma è più breve. Al contrario, il teatro è pietrificazione del tempo: tutto diventa presente.
Tempo fa l’avanguardia letteraria, con Umberto Eco, aveva stabilito che il romanzo era morto, perché il mondo era esploso e si poteva solo descriverne i frammenti: ma poi lo stesso Eco dev’essersi ricreduto, visto che ha scritto lui stesso molti romanzi.
La poesia è una piccola composizione matematica-musicale che riguarda l'assoluto: non lo spiega, magari, ma è assoluto, come un teorema. La poesia ha un fonema a cui è collegato un significato; per esempio, la più bella Orestea è quella tradotta da Pasolini, perché lui è riuscito a riprodurre un altro fonema.

Lorenzo Mondo : DM non ha mai parlato molto del Giappone, perché?
DM racconta di aver sviluppato un'immaginazione drammatica a causa dell'internamento in un campo di concentramento in Giappone, quando aveva 7 anni, insieme alle due sorelline e ai genitori amatissimi: in quel periodo sentiva che ogni istante poteva essere l'ultimo. Ricorda per esempio che, non avendo nulla da mangiare, si parlava continuamente di cibo (si riconosce qui il sentimento della perdita d'identità attraverso la privazione fisica), ma ha difficoltà a parlarne in termini approfonditi.  Il campo di concentramento, così come è stato “inventato” dai nazisti, che sapevano bene cosa stavano facendo, si può considerare una teatralizzazione della morte.
DM ama invece l'altro Giappone, caratterizzato dal sentimento della solidarietà sociale, da un senso del dovere anche eccessivo, dall’empatia: già all'asilo si impara che la propria libertà va limitata per la presenza dell'altro, mentre noi italiani siamo troppo anarchici…se potesse, ognuno di noi fonderebbe un partito!

Domanda : Abbiamo notato che anche nelle opere non autobiografiche lei tende a partecipare abbastanza esplicitamente alle sue storie, magari tramite personaggi che le fanno da controfigura: qual è il motivo di questa sua scelta e come si concilia con la sua dichiarata timidezza?
DM : In realtà la questione non riguarda la timidezza (anche Pasolini per esempio era timidissimo) : ogni scrittore è impudico proprio perché deve raccogliere materiale umano, e quello che trova di più è la sua vita. Lo scrittore deve anche esporsi, è il suo dovere. In genere c’è una sorta di alternanza tra un romanzo inventato e una storia più personale, ma in ogni caso la scrittura è sempre un rischio, perché si affrontano verità anche dolorose. La scrittura non dovrebbe mai essere copertura, anzi lo scrittore è testimone del suo tempo, scrive le verità che percepisce in prima persona: non prescinde da se stesso, perché ha i suoi sensi, è un “corpo testimoniante”.

Torino, Salone del libro, 13/5/2012

venerdì 22 giugno 2012

SCAMBIO DI CARRELLI ALLA SAMARITAINE

In quel giorno di aprile del 1907 veniva inaugurato nel cuore di Parigi il nuovo palazzo della Samaritaine, il grande magazzino riaperto dopo un restauro durato quattro anni. Per l’occasione, Johann Strauss in persona, fatto venire da Vienna, avrebbe diretto un concerto di valzer, ed era previsto un elegante rinfresco servito sulla grande terrazza panoramica sul tetto dell’edificio. Fermo sotto le sculture art nouveau della porta, il proprietario, raggiante, riceveva con inchini e baciamani l’aristocrazia del sangue, del denaro e del talento artistico, invitata ai festeggiamenti. Dal parterre, le spirali sonore del maestro Strauss risalivano lungo le ringhiere floreali delle scalinate di marmo, mentre piccoli eleganti carrelli per la spesa di mogano e ottone venivano offerti agli ospiti da valletti in divise di panno grigio. Il colonnello Kranz, addetto militare  della imperiale ambasciata di Germania nonché capo delle spie tedesche sul suolo francese ne afferrò uno e lo spinse al centro del parterre affollato. Quaranta metri sopra di lui si apriva la gigantesca cupola di ferro e vetro, un prodigio della tecnica costruttiva, posata come una corona liberty sulla  sommità del palazzo. Ma il colonnello non era dell’umore adatto per ammirare le acrobazie architettoniche dei francesi. Si sentiva osservato, cosa che lo disturbava non poco, dal momento che era in missione segreta. Notò alla sua sinistra un capannello di gentiluomini in tuba e di ufficiali in alta uniforme che si impacciavano gli uni con gli altri con i carrelli, nel tentativo di spingersi verso una figuretta fasciata di seta con un piccolo turbante sormontato da una penna di pavone. Kranz riconobbe la bellissima del momento, l’attrice Eleonora Duse,  accompagnata da uno scrittore italiano di una certa notorietà.  D’Ovidio. No, D’Orazio. No, il nome doveva essere qualcosa come D’Annunzio. Fu proprio guardando verso il romanziere, che il colonnello scoprì chi lo stava spiando. Ach! Non poteva essere che lui, il suo persecutore, il verdammte ispettore Clouseau della Polizia Parigina. Un flic dall’aria da perfetto idiota che era riuscito a distruggere alcuni dei suoi più raffinati complotti. Doveva ringraziare lui, se rea stata arrestata e poi fatta fucilare la sua migliore collaboratrice, l’agente Mata Hari. E ora se ne stava laggiù, alle spalle dello scrittore, credendosi irriconoscibile nel suo ingenuo travestimento da capitano dei dragoni. Figuriamoci! Non è certo infilandosi una sciabola da cerimonia, o un paio di pantaloni sbuffanti sugli stivali, e nemmeno portando un bel kepì  dorato, che quel flic poteva pretendere di passare per un capitano dei dragoni! Andiamo!  Un capitano dei dragoni francese si riconosce a prima vista e non certo per l’uniforme, ma per quell’ inconfondibile insolenza, quell’ arroganza da galletto che sta passando in rassegna il pollaio che emana da ogni muscolo della sua persona. Quel Clouseau invece, poteva far venire in mente, al massimo, una povera faina spelacchiata. Però Kranz doveva seminarlo, il Clouseau, perciò spinse in fretta il carrello verso uno degli ascensori e sparì al secondo piano, confondendosi fra tavolini e scaffali, con l’aria di interessarsi alle merci esposte. Sollevò un piegabaffi e lo depose nel carrello. La stessa cosa toccò a un astuccio di spazzole per barba con manico d’argento. E poi fu la volta di un paio di guanti da calesse in pelle di daino. Quando fu sicuro di non essere seguito, uscì dal reparto per dirigersi verso l’ascensore. All’improvviso impattò contro un’ondata di profumo: violetta di Parma e essenza di bergamotto. Il profumo sembrava venire da un piccolo assembramento che circondava un carrello semirovesciato. Al centro dell’ ingorgo era steso l’ispettore Clouseau. Evidente- mente la sua sciabola era andata a impigliarsi fra i raggi delle ruote del veicolo, rovesciandolo, e ora il flic se ne stava bloccato lì per terra, come una farfalla trafitta da uno spillone. L’anziana marchesa di Clichy, momentanea proprietaria del veicolo, sibilava contro l’ispettore frasi velenose, imbottite di parole pesanti, imparate sui marciapiedi dei boulevards in un tempo molto lontano, prima ancora che conoscesse e sposasse il signor marchese buonanima. Intanto uomini di buona volontà, calpestando un tappeto di cocci di bottiglie di profumo, si davano da fare per liberare il poliziotto. “Dobbiamo spaccare il carrello a colpi d’ascia,” consigliava un corpulento nobile russo. ”Esageroma nen” ribattè un funzionario dell’ambasciata d’Italia, mentre afferrava al volo la marchesa, che, come imponeva il bon ton, stava svenendo. Kranz  sfiorando il gruppo, piegò leggermente la testa in un cenno di saluto beffardo destinato a Clouseau. Poi attraversò le ghirlande bronzee del cancelletto dell’ascensore e premette l’ultimo bottone in alto. Si trovò immerso in un bagno di sole e di aria fresca. Era nella grande terrazza sul tetto, che dominava la città. Qui doveva avvenire lo scambio dei carrelli. Qualcuno avrebbe preso il suo, e avrebbe lasciato un carrellino identico, con dentro alcune sciocchezze come quelle che aveva messo lui. Poi, sul fondo, ci sarebbe stato l’ultimo numero della Revue Illustrée, e dentro a quel numero, i piani segreti di costruzione del più moderno biplano francese, il Breguet Atlantique forniti all’impero germanico da un progettista traditore. Spingendo il carrello, Kranz si fece largo tra le tovaglie immacolate stese sui tavoli del rinfresco e giunse al bordo della terrazza, dove  fermò il carrello  girandosi a contemplare i tetti di Parigi sotto di lui. Presto percepì un tramestio alle sue spalle. Qualcuno in quel preciso momento stava dandosi da fare per scambiare i carrelli. Gut. Tutto filava come previsto.  Wunderbar. Stava per girarsi e afferrare il suo nuovo veicolo, quando un contrappunto di frasi pronunciate da numerose persone che avanzavano nella sua direzione lo convinse a restarsene ancora immobile a guardare il panorama. Con fastidio sentiva i nuovi venuti disporsi ai tavoli del rinfresco,continuando a parlare pacatamente fra loro in una lingua strana piena di a e di o. Quando ritenne che nessuno avrebbe fatto attenzione a lui, Kranz si voltò, e vide  una ventina di giapponesi che stavano chiacchierando ai tavoli, le donne in kimono sgargianti, gli uomini vestiti all’inglese, in giacca e pantaloni neri, bombetta e gillé a quadri. Scheiss. Ma la cosa seccante era che i nuovi venuti, in un delirio di ordine, avevano disposto con estrema precisione i loro carrelli vicino a quello destinato a lui, inglobandolo all’interno di una piccola ordinata falange di veicoletti di mogano, tutti uguali. Una falange compatta, dispiegata su quattro file di cinque carrelli l’una. Venti carrelli identici. Qual’era il suo? Scheiss. I carrelli erano tutti pieni, era quindi impossibile intravvedere una copia della Revue Illustrée  che facesse capolino dal fondo di uno di essi. Tentò di chiedere qualcosa ai giapponesi, ma questi non lo degnarono di uno sguardo continuando a seminare al vento le loro a e le loro o. Che fare? Ma ormai non c’era che una sola possibilità: fuggire. Perché due gen- darmi dalle ampie mantelline nere svolazzanti, come due pipistrelli da operetta, erano usciti sulla terrazza e correvano verso di lui. Li seguiva l’ispettore Clouseau, l’indice puntato nella sua direzione. Quando il colonnello Kranz fu portato via ammanettato, una delle signore in kimono si avvicinò a un carrello, ne sfilò un numero della Revue Illustrée e, uscita dalla Samaritaine, si diresse con calma verso l’ambasciata del Sol Levante.
2012     scritto da Pat 

venerdì 13 aprile 2012

Spese impreviste



Tanto per cambiare, una ruota tirava da una parte. 
Arrancava sbilenco, ripensando al cane che aveva avuto anni prima: un meticcio dinoccolato dall’aria indolente, che al momento della passeggiata sfoderava uno spirito di contraddizione ostinato quanto imprevisto, strattonandolo senza riguardo per le strade del quartiere. Non ne aveva più voluti altri, in seguito. Certo, rientrando in casa gli mancavano ancora tutti quei salti di benvenuto e quegli annusamenti minuziosi, che gli lasciavano strie di bave lucenti sui pantaloni: eppure non sopportava le occhiate di scherno, compatimento o disapprovazione che gli altri proprietari di cani gli lanciavano, a seconda del loro temperamento, mentre incedevano sereni e dignitosi lungo il viale. Non è neanche capace a tenere un cane, pensavano sicuramente.
Al supermercato andava il meno possibile. A parte i carrelli bizzosi, lo disturbavano le muraglie di merci schierate sugli scaffali come reggimenti al fronte, e più ancora l’impeto predatore con cui i  clienti si avventavano sulle migliori offerte speciali, governando intanto i loro mezzi con invidiabile disinvoltura. In genere non lo usava neppure, il carrello, per non veder ballonzolare le sue misere monoporzioni in quella stiva destinata a famiglie che immaginava sempre numerose, e affamate di cibo e di carezze. 
Quel giorno, però, aveva deciso di procurarsi un piccolo assortimento di bottiglie e panettoni: non che contasse proprio di consumarli, ma voleva compiere almeno un gesto di buona volontà, pensando positivamente come aveva appreso di recente da un pratico manuale americano. Nonostante questi nuovi propositi,  si accorse presto che la confusione era davvero troppa per le sue abitudini, e dopo un breve girovagare si arrese, avviandosi verso le casse già presidiate da lunghe code bellicose. 
Una volta aggiunto il proprio carrello semivuoto all’estremità di una fila, per distrarsi nell’attesa si trovò a sbirciare gli imponenti bottini che lo circondavano : in buona parte tutti compravano le stesse cose, notò con stupore, quasi come se si fossero messi d’accordo senza dirglielo. E poi le vide, le noccioline. Da quanto tempo non ne mangiava? Da ragazzo, addirittura? All’improvviso, gli sembrò indispensabile procurarsene un sacchetto, anche a rischio di doversele mangiare tutte da solo: ne valeva la pena, per ritrovare lo scrocchio arrendevole del guscio, rugoso, e il frutto liscio e salato pronto ad apparire alla prima pressione delle dita. Sempre lottando con la ruota che insisteva a tirare da una parte, provò a raggiungere lo scaffale della frutta secca: no, troppo difficile fendere la calca vicino alle casse, meglio lasciare un momento l’insopportabile aggeggio in una zona più tranquilla. Le noccioline non erano poi tanto distanti, comunque; ritornò pochi minuti dopo, soddisfatto anche se sempre più frastornato. Afferrò deciso il carrello, sforzandosi di metterlo nella giusta direzione, ed ebbe la sorpresa di sentirlo muoversi docile e ubbidiente, cigolando in modo curioso.

Non se ne accorse subito, intento com’era a farsi strada verso l’uscita senza perdere altro tempo: fu solo un secondo bizzarro rumore a fargli abbassare lo sguardo. 
“Ma questa non è la mia roba”, pensò, subito rendendosi conto di quanto questa osservazione fosse – benché corretta – del tutto inadeguata. Anche lì pandori e torroncini, come dappertutto, ma in mezzo, quasi nascosto da un grosso pacco di pannolini, sedeva un bambino in tutina gialla intento a giocare col sacchetto di noccioline. 
Un bambino. Lo guardò come se non ne avesse mai visti prima, poi si guardò intorno e poi ancora il bambino, che nel frattempo aveva alzato gli occhi chiari su di lui e lo osservava con composta meraviglia: tra tanti oggetti sorprendenti, eccone ancora uno nuovo. Emise di nuovo quel buffo rumore, prima di tornare a concentrarsi sulle noccioline. Magari non proprio suo figlio, questo no, ma se le cose fossero andate diversamente sarebbe forse stato suo nipote: e di sicuro gliele avrebbe comprate, le noccioline, come faceva suo nonno con lui, quando fosse stato un po’ più grande. La confusione tutt’intorno diventò più indistinta, mentre si avventurava col pensiero nei territori impervi della memoria e del desiderio. L’unico particolare a fuoco rimase il bambino, luminoso nella sua tuta gialla, come il caldo raggio d’un faro in una notte pietrosa.
Fu allora che tese le mani e lo sollevò, così inaspettatamente morbido e leggero, e se lo appoggiò cauto sulla spalla. Lui gorgogliò ancora, soddisfatto per essere stato preso finalmente in braccio, quindi riprese a rosicchiare il pacchetto con le gengive.
Il carrello, lo lasciò dov’era. Uscì, badando a ricoprire bene col cappuccio i capelli piumosi; con cura tirò su la cerniera della tutina fino al collo e poi si avviò nella sera, mentre gli altoparlanti del negozio cinguettavano qualcosa che non capì. 
Insegne e lampioni splendevano senza pudore, trasformando il cielo in un soffitto uniforme e opaco: ma sopra brillavano pulite le stelle, lui lo sapeva.

martedì 21 febbraio 2012

Coloranti e grassi idrogenati

Quel carrello non era il suo.
C’erano i crackers con l’incarto rosso ma il resto non l’aveva scelto lui. Mise una mano dentro e tirò fuori un pacchetto di patatine. Inaudito. Piene di grassi, fritte in chissà quale olio vegetale, addirittura il pacco da cinquecento grammi. Lasciò cadere le patatine e prese un altro prodotto, un barattolo di Nutella, formato famiglia. Un concentrato di grassi idrogenati. Vergognoso.

Ormai era già alla cassa e aveva messo il separatore sul rullo. Era troppo tardi per avvisare la cassiera, il cliente prima di lui stava per pagare. Era troppo tardi per fare tutta la spesa di nuovo, il supermercato era in chiusura.
Iniziò a sudare. Si aprì il giaccone.
«Prego» lo incitò la commessa, con una voce meccanica che si confondeva con i bip di sottofondo. «Io, veramente… » Non riuscì a finire la frase, deglutì.
Dietro di lui la fila era smisurata, una famiglia di quattro persone gli stava alle calcagna con il carrello stracolmo. Dietro ancora, marito e moglie litigavano su quale offerta fosse la migliore. Poi ancora altre persone, tutte ferme a guardarlo. Come spiegare a tutti che quel carrello non era il suo?
«Prego?»
Iniziò a sentire la pressione della massa umana che incombeva alle sue spalle. Fece un respiro, si allargò la sciarpa, sudava sulla schiena.
«Prego! Venga avanti!»
«Guardi, io… »
«Senta, dietro la gente aspetta!». La cassiera lo guardò spazientita.
Deglutì, socchiuse gli occhi per un attimo. Poi iniziò lentamente a disporre i suoi acquisti sul rullo nero.

A casa svuotò la borsa ecologica mettendo tutta la spesa sul tavolo. Osservò la fila di prodotti, un ricettacolo osceno di conservanti e coloranti. Un mucchio di sostanze chimiche impacchettate in tinte sgargianti: solo calorie, senza vitamine, senza valori nutritivi. Quelle bibite, poi, una vera truffa. Acqua con bollicine, additivi, zucchero o peggio che mai edulcoranti artificiali. Assurdo che ci fosse gente così incosciente da comprare roba del genere.

Si slacciò la cravatta e si sbottonò la camicia.
Un tubo di cartone rosso attirò il suo sguardo. Provò a sollevare il tappo di plastica e si accorse che sotto c’era un coperchio simile a quello di una lattina. Infilò il dito nell’anello di apertura e strappò. Ne uscì fuori un odore sapido. Lo rovesciò e scoprì che dentro c’erano patatine rotonde larghe e ruvide. Esitò, poi si decise ad assaggiarne una. Poi ancora una. Dopo, un’altra.
Maliziosamente ondulate, grossolane al tatto, scrocchiavano decise una volta in bocca, lasciando un gusto ammaliante che ne richiamava una dopo l’altra.
Il tubo finì. Allora aprì il pacchetto di arachidi salate. Ne provò qualcuna, poi se ne versò una manciata in mano e la tuffò tutta in bocca. Il sale gli bruciava gli angoli delle labbra ma continuò a mangiare a mani piene. Prima che la lingua terminasse di sfiorare la forma liscia di quei piccoli siluri, i denti ne frantumavano con irruenza la perfezione. Alla fine del pacchetto, si leccò le dita salate.
Aprì la bottiglia da due litri di Coca Cola. Bevette a canna, un sorso pieno gli spruzzò in gola così tante bollicine che provò dolore a deglutire. Un rivolo spumoso gli scendeva ai lati della bocca, come se avesse affondato le fauci in una carogna ancora fresca di sangue. Si pulì con il dorso della mano destra, ruttò sonoramente e si stravaccò sul divano. Intanto, era rimasto in canottiera.
Aprì un pacchetto di barrette al cioccolato e i dolcetti rotondi al cocco. Un morso ad una barretta ed un morso al dolcetto, una in una mano, uno nell’altra. Non aveva ancora finito quando aprì anche il pacchetto di patatine da cinquecento grammi. Poi tolse la pelle al salame e lo tagliò a fette. Fette spesse almeno un dito. Metteva in bocca patatine e salame a riempire tutti gli spazi.
Affondò anche il cucchiaio nella Nutella. Poi direttamente le dita. Alla fine spalmò cioccolata sulle fette di salame e le masticò così tanto che gli sembrò di sentire sciogliere i pallini di grasso sotto la lingua.

Due ore dopo era sul divano, a gambe larghe con la testa all’indietro e la bocca spalancata, resti di Nutella sotto le unghie e sulla canottiera bianca.
Sognava di guidare un quad in mezzo al deserto, e dopo curve a gomito su burroni senza guardrail, finiva in una città. Passava con il rosso ed entrava direttamente con il quad nel supermercato. Alle casse c’erano la sua nutrizionista, i compagni di fitboxe, anche la sua ex ragazza, ora vegana. Non salutava nessuno, se ne usciva senza smontare dal quad e accelerava verso altri semafori.
Sognava e russava.

martedì 14 febbraio 2012

Scambio di carrello

14/02/2011
Incontro dedicato alla scrittura. Abbiamo letto i nostri testi: l'esercizio proposto era quello di scrivere un breve racconto partendo dallo spunto di una persona che, al supermercato, si accorge alla cassa di avere il carrello sbagliato.
Sono nate tante storie diverse. Per ognuno dei personaggi l'episodio rappresenta qualcosa in più che un semplice scambio di carrello. Chi combatte contro una malattia che lo ancora al passato, chi coglie l'occasione per conquistarsi un futuro solo timidamente immaginato. Per qualcuno lo scambio si trasforma in un incontro felice, per qualcun altro in un momento di trasgressione o addirittura la svolta di una vita fatta di solitudine.


Flavio "La lista" - link
Giusy - link
Luca - link
Nicoletta - link
Paola  "Coloranti e grassi idrogenati" - link
Sabrina - link
Silvia - link
Susanna "Spese impreviste" - link

lunedì 13 febbraio 2012

L'idea del blog

Questo blog nasce con l'intenzione di raccogliere gli spunti del gruppo di lettura e scrittura "Il gusto del raccontare". Coordinati da Susanna, siamo Claudia, Elena, Flavio, Giusy, Luca, Maria Teresa, Nicoletta, Paola, Sabrina, Silvia. Ogni tanto si aggiunge qualcuno ed ogni tanto la vita, con le sue priorità, allontana qualcun altro.

Il nostro gruppo rientra nell'ambito del Progetto Amici della Lettura promosso dalle Biblioteche civiche torinesi, che si pone l'obiettivo di diffondere i gruppi di lettura sul territorio cittadino, con partecipazione libera e gratuita, aperta a tutti. L'iniziativa sostiene la lettura individuale dei testi di letteratura classica, contemporanea o di saggistica creando occasioni d’incontro e di analisi collettiva per condividere impressioni, pareri, opinioni, emozioni.

Ed è proprio ciò che facciamo noi! Il nostro punto di ritrovo è una delle biblioteche civiche di Torino, la "Luigi Carluccio" di via Monte Ortigara 95. Ci incontriamo ogni quindici giorni e alterniamo un incontro dedicato all'analisi di racconti ed un altro dedicato alla scrittura, in cui ognuno di noi si cimenta su un esercizio. Leggiamo e commentiamo insieme per esplorare il mondo del racconto in tutte le sue sfumature. Chi vuole unirsi è il benvenuto!