Nell’ambito del Salone
del Libro di Torino il nostro gruppo ha partecipato ad un incontro con Dacia
Maraini, dopo aver letto, discusso e “recensito” il suo nuovo libro La
grande festa (Rizzoli 2012) ; l’incontro è stato presentato e condotto da
Lorenzo Mondo. Questa è una sintesi, sicuramente lacunosa e forse a tratti
imprecisa, degli argomenti affrontati in quell’occasione : le domande sono solo
alcune delle tante che la lettura aveva suscitato tra di noi, e che non hanno
potuto avere risposta per ragioni di tempo.
Lorenzo Mondo:
Anche se tra l’ultima opera di Dacia Maraini e Bagheria
si avverte una sorta di continuità, La grande festa è senz’altro un
libro "diverso", i cui contenuti stridono con il titolo: parla di
Yuki e Fosco Maraini, Giuseppe Moretti, Pasolini, Moravia, Maria Callas, ma
soprattutto raccoglie ampie considerazioni sulla morte e su come affrontarla.
La società odierna, infatti, non ha più confidenza con "l'ultimo
giorno". La morte entra nel cinema e nelle storie come mezzo per fare
paura: un tempo, invece, veniva assimilata all'agonismo rappresentato dal
parto, e secondo molte religioni e mitologie costituiva l'ingresso in un'altra
vita.
Dacia Maraini sostiene di conversare, nel sonno, con
i morti: ha l'impressione di discorrere con loro, e dice che "bisogna solo
mettersi ad ascoltare". I grandi poeti antichi, seppur in modo
intermittente, hanno testimoniato la morte; DM inclina a ritenere (sulla scorta
di Isaia) che ci sia un altro mondo “dove il bambino gioca tranquillo davanti
alla tana del serpente, dove il lupo e l'agnello stanno insieme pacificamente”.
Tutto questo ci viene detto in modo pacato, con un sentimento di grande quiete:
per questo si tratta di un libro “che fa bene".
DM : Tutti hanno dei morti vicino, e riconoscersi in
queste storie aiuta. Lo scrittore non è di più rispetto agli altri, ha
solo una maggiore competenza linguistica: le sue idee cioè non sono superiori,
ma le sue capacità gli consentono di esprimerle meglio. Inoltre conoscendo le
parole si pensa anche più chiaramente, quindi la competenza linguistica è una
competenza di pensiero: non esiste pensiero senza linguaggio.
"La grande festa" è una citazione di Aries
(Storia della morte nel mondo contadino) : nel mondo contadino il
passaggio dalla vita alla morte era un grande momento comunitario, anche per i
bambini, e tutti tenevano la mano al morto. Secondo Aries noi siamo passati
alla solitudine delle macchine, dalle mani di carne alle mani di ferro (tanto
che non si nasce più di domenica!) ; se allora di fronte alla scomparsa di una
persona si faceva una festa, ora resta solo la solitudine, perché la persona
viene abbandonata al freddo ospedale. Nel mondo contadino, poi, uno moriva e
basta, mentre oggi ci sono persone che vegetano attaccate alle macchine: ma
fino a che punto possiamo decidere della vita?
Oggi la morte è un tabù: non si dice. Si nega, ma la
morte cacciata dalla porta rientra dalla finestra, e ritorna in forma negativa,
come nel caso dei vampiri. Non esiste più un rapporto con i morti, nonostante
loro ci parlino: ci parlano con un linguaggio diverso, come con i sogni, e
dicono qualcosa di noi.
I Giapponesi costruiscono altari per gli antenati,
che vengono nutriti simbolicamente con offerte di cibo. Il teatro No è tutto
basato su dialogo tra vivi e morti: i morti sono bellissime creature con
splendidi vestiti e maschere, ed essendo più distaccati sanno dare buoni
consigli. I nostri cimiteri invece fanno orrore, sembrano periferie cittadine
dove i morti vengono rinchiusi in un cassetto.
Domanda : La struttura del libro non prevede divisioni o
capitoli, ma sembra piuttosto voler riprodurre un flusso di pensieri e di
ricordi: è corretta questa impressione? Era questo il suo intento?
DM : Trattandosi di un romanzo saggistico, è
intervallato da riflessioni: in effetti è uno schema molto adatto a questo
genere, che richiede una struttura non rigida ma fluida.
Domanda : L’utilizzo delle tecnologie informatiche e
l’immediatezza degli scambi comunicativi hanno modificato le relazioni e il
rapporto con la scrittura?
DM : Non ci sono
cambiamenti sostanziali, si scrive, si stampa e si riscrive. Ma attenzione, la
tecnologia offre solo l'illusione della perfezione: con una pagina stampata si
nota la perfezione grafica e si può scambiarla con la perfezione del racconto, ma
si deve sempre riuscire a trasmettere qualcosa… sono comunque gli uomini a
mettere in moto le macchine. Quando si rivede ciò che si è scritto bisogna poi
controllare attentamente le ripetizioni, che sono come le pulci in un cane
infestato: ne ammazzi 100 e 100 ritornano! (Flaubert)
Domanda : Una storia può essere raccontata attraverso
diverse forme: racconto, romanzo, poesia, teatro… Cosa cambia a seconda del
genere? Ci sono storie che hanno bisogno di essere raccontate in un modo
piuttosto che in un altro?
DM : Il romanzo ha a che vedere con il passaggio
del tempo; il tempo è stato inventato da noi, e l'orologio è fatto per dargli
senso. Il romanzo si chiede “perché?” : ha bisogno di svolgimento, e anche di
tempo fisico. C'è poi il romanzo breve, in questo caso senti che pur essendo
breve è comunque un romanzo; il racconto invece è un romanzo contratto, ha lo
stesso arco di svolgimento ma è più breve. Al contrario, il teatro è
pietrificazione del tempo: tutto diventa presente.
Tempo fa l’avanguardia letteraria, con Umberto Eco, aveva
stabilito che il romanzo era morto, perché il mondo era esploso e si poteva
solo descriverne i frammenti: ma poi lo stesso Eco dev’essersi ricreduto, visto
che ha scritto lui stesso molti romanzi.
La poesia è una piccola composizione
matematica-musicale che riguarda l'assoluto: non lo spiega, magari, ma è
assoluto, come un teorema. La poesia ha un fonema a cui è collegato un
significato; per esempio, la più bella Orestea è quella tradotta da Pasolini,
perché lui è riuscito a riprodurre un altro fonema.
Lorenzo Mondo : DM non ha mai parlato molto del Giappone, perché?
DM racconta di aver sviluppato un'immaginazione
drammatica a causa dell'internamento in un campo di concentramento in Giappone,
quando aveva 7 anni, insieme alle due sorelline e ai genitori amatissimi: in
quel periodo sentiva che ogni istante poteva essere l'ultimo. Ricorda per
esempio che, non avendo nulla da mangiare, si parlava continuamente di cibo (si
riconosce qui il sentimento della perdita d'identità attraverso la privazione
fisica), ma ha difficoltà a parlarne in termini approfonditi. Il campo di concentramento, così come è
stato “inventato” dai nazisti, che sapevano bene cosa stavano facendo, si può
considerare una teatralizzazione della morte.
DM ama invece l'altro Giappone, caratterizzato dal
sentimento della solidarietà sociale, da un senso del dovere anche eccessivo,
dall’empatia: già all'asilo si impara che la propria libertà va limitata per la
presenza dell'altro, mentre noi italiani siamo troppo anarchici…se potesse,
ognuno di noi fonderebbe un partito!
Domanda : Abbiamo notato che anche nelle opere non
autobiografiche lei tende a partecipare abbastanza esplicitamente alle sue
storie, magari tramite personaggi che le fanno da controfigura: qual è il
motivo di questa sua scelta e come si concilia con la sua dichiarata timidezza?
DM : In realtà la questione non riguarda la timidezza
(anche Pasolini per esempio era timidissimo) : ogni scrittore è impudico
proprio perché deve raccogliere materiale umano, e quello che trova di più è la
sua vita. Lo scrittore deve anche esporsi, è il suo dovere. In genere c’è una
sorta di alternanza tra un romanzo inventato e una storia più personale, ma in
ogni caso la scrittura è sempre un rischio, perché si affrontano verità anche
dolorose. La scrittura non dovrebbe mai essere copertura, anzi lo scrittore è
testimone del suo tempo, scrive le verità che percepisce in prima persona: non
prescinde da se stesso, perché ha i suoi sensi, è un “corpo testimoniante”.