giovedì 13 settembre 2012

Incontro con Dacia Maraini



Nell’ambito del Salone del Libro di Torino il nostro gruppo ha partecipato ad un incontro con Dacia Maraini, dopo aver letto, discusso e “recensito” il suo nuovo libro La grande festa (Rizzoli 2012) ; l’incontro è stato presentato e condotto da Lorenzo Mondo. Questa è una sintesi, sicuramente lacunosa e forse a tratti imprecisa, degli argomenti affrontati in quell’occasione : le domande sono solo alcune delle tante che la lettura aveva suscitato tra di noi, e che non hanno potuto avere risposta per ragioni di tempo.


Lorenzo Mondo:
Anche se tra l’ultima opera di Dacia Maraini e Bagheria si avverte una sorta di continuità, La grande festa è senz’altro un libro "diverso", i cui contenuti stridono con il titolo: parla di Yuki e Fosco Maraini, Giuseppe Moretti, Pasolini, Moravia, Maria Callas, ma soprattutto raccoglie ampie considerazioni sulla morte e su come affrontarla. La società odierna, infatti, non ha più confidenza con "l'ultimo giorno". La morte entra nel cinema e nelle storie come mezzo per fare paura: un tempo, invece, veniva assimilata all'agonismo rappresentato dal parto, e secondo molte religioni e mitologie costituiva l'ingresso in un'altra vita.
Dacia Maraini sostiene di conversare, nel sonno, con i morti: ha l'impressione di discorrere con loro, e dice che "bisogna solo mettersi ad ascoltare". I grandi poeti antichi, seppur in modo intermittente, hanno testimoniato la morte; DM inclina a ritenere (sulla scorta di Isaia) che ci sia un altro mondo “dove il bambino gioca tranquillo davanti alla tana del serpente, dove il lupo e l'agnello stanno insieme pacificamente”. Tutto questo ci viene detto in modo pacato, con un sentimento di grande quiete: per questo si tratta di un libro “che fa bene".

DM : Tutti hanno dei morti vicino, e riconoscersi in queste storie aiuta. Lo scrittore non è di più rispetto agli altri, ha solo una maggiore competenza linguistica: le sue idee cioè non sono superiori, ma le sue capacità gli consentono di esprimerle meglio. Inoltre conoscendo le parole si pensa anche più chiaramente, quindi la competenza linguistica è una competenza di pensiero: non esiste pensiero senza linguaggio.
"La grande festa" è una citazione di Aries (Storia della morte nel mondo contadino) : nel mondo contadino il passaggio dalla vita alla morte era un grande momento comunitario, anche per i bambini, e tutti tenevano la mano al morto. Secondo Aries noi siamo passati alla solitudine delle macchine, dalle mani di carne alle mani di ferro (tanto che non si nasce più di domenica!) ; se allora di fronte alla scomparsa di una persona si faceva una festa, ora resta solo la solitudine, perché la persona viene abbandonata al freddo ospedale. Nel mondo contadino, poi, uno moriva e basta, mentre oggi ci sono persone che vegetano attaccate alle macchine: ma fino a che punto possiamo decidere della vita?
Oggi la morte è un tabù: non si dice. Si nega, ma la morte cacciata dalla porta rientra dalla finestra, e ritorna in forma negativa, come nel caso dei vampiri. Non esiste più un rapporto con i morti, nonostante loro ci parlino: ci parlano con un linguaggio diverso, come con i sogni, e dicono qualcosa di noi.
I Giapponesi costruiscono altari per gli antenati, che vengono nutriti simbolicamente con offerte di cibo. Il teatro No è tutto basato su dialogo tra vivi e morti: i morti sono bellissime creature con splendidi vestiti e maschere, ed essendo più distaccati sanno dare buoni consigli. I nostri cimiteri invece fanno orrore, sembrano periferie cittadine dove i morti vengono rinchiusi in un cassetto.

Domanda : La struttura del libro non prevede divisioni o capitoli, ma sembra piuttosto voler riprodurre un flusso di pensieri e di ricordi: è corretta questa impressione? Era questo il suo intento?
DM : Trattandosi di un romanzo saggistico, è intervallato da riflessioni: in effetti è uno schema molto adatto a questo genere, che richiede una struttura non rigida ma fluida.

Domanda : L’utilizzo delle tecnologie informatiche e l’immediatezza degli scambi comunicativi hanno modificato le relazioni e il rapporto con la scrittura?
DM : Non ci sono cambiamenti sostanziali, si scrive, si stampa e si riscrive. Ma attenzione, la tecnologia offre solo l'illusione della perfezione: con una pagina stampata si nota la perfezione grafica e si può scambiarla con la perfezione del racconto, ma si deve sempre riuscire a trasmettere qualcosa… sono comunque gli uomini a mettere in moto le macchine. Quando si rivede ciò che si è scritto bisogna poi controllare attentamente le ripetizioni, che sono come le pulci in un cane infestato: ne ammazzi 100 e 100 ritornano! (Flaubert)

Domanda : Una storia può essere raccontata attraverso diverse forme: racconto, romanzo, poesia, teatro… Cosa cambia a seconda del genere? Ci sono storie che hanno bisogno di essere raccontate in un modo piuttosto che in un altro?
DM : Il romanzo ha a che vedere con il passaggio del tempo; il tempo è stato inventato da noi, e l'orologio è fatto per dargli senso. Il romanzo si chiede “perché?” : ha bisogno di svolgimento, e anche di tempo fisico. C'è poi il romanzo breve, in questo caso senti che pur essendo breve è comunque un romanzo; il racconto invece è un romanzo contratto, ha lo stesso arco di svolgimento ma è più breve. Al contrario, il teatro è pietrificazione del tempo: tutto diventa presente.
Tempo fa l’avanguardia letteraria, con Umberto Eco, aveva stabilito che il romanzo era morto, perché il mondo era esploso e si poteva solo descriverne i frammenti: ma poi lo stesso Eco dev’essersi ricreduto, visto che ha scritto lui stesso molti romanzi.
La poesia è una piccola composizione matematica-musicale che riguarda l'assoluto: non lo spiega, magari, ma è assoluto, come un teorema. La poesia ha un fonema a cui è collegato un significato; per esempio, la più bella Orestea è quella tradotta da Pasolini, perché lui è riuscito a riprodurre un altro fonema.

Lorenzo Mondo : DM non ha mai parlato molto del Giappone, perché?
DM racconta di aver sviluppato un'immaginazione drammatica a causa dell'internamento in un campo di concentramento in Giappone, quando aveva 7 anni, insieme alle due sorelline e ai genitori amatissimi: in quel periodo sentiva che ogni istante poteva essere l'ultimo. Ricorda per esempio che, non avendo nulla da mangiare, si parlava continuamente di cibo (si riconosce qui il sentimento della perdita d'identità attraverso la privazione fisica), ma ha difficoltà a parlarne in termini approfonditi.  Il campo di concentramento, così come è stato “inventato” dai nazisti, che sapevano bene cosa stavano facendo, si può considerare una teatralizzazione della morte.
DM ama invece l'altro Giappone, caratterizzato dal sentimento della solidarietà sociale, da un senso del dovere anche eccessivo, dall’empatia: già all'asilo si impara che la propria libertà va limitata per la presenza dell'altro, mentre noi italiani siamo troppo anarchici…se potesse, ognuno di noi fonderebbe un partito!

Domanda : Abbiamo notato che anche nelle opere non autobiografiche lei tende a partecipare abbastanza esplicitamente alle sue storie, magari tramite personaggi che le fanno da controfigura: qual è il motivo di questa sua scelta e come si concilia con la sua dichiarata timidezza?
DM : In realtà la questione non riguarda la timidezza (anche Pasolini per esempio era timidissimo) : ogni scrittore è impudico proprio perché deve raccogliere materiale umano, e quello che trova di più è la sua vita. Lo scrittore deve anche esporsi, è il suo dovere. In genere c’è una sorta di alternanza tra un romanzo inventato e una storia più personale, ma in ogni caso la scrittura è sempre un rischio, perché si affrontano verità anche dolorose. La scrittura non dovrebbe mai essere copertura, anzi lo scrittore è testimone del suo tempo, scrive le verità che percepisce in prima persona: non prescinde da se stesso, perché ha i suoi sensi, è un “corpo testimoniante”.

Torino, Salone del libro, 13/5/2012