venerdì 22 giugno 2012

SCAMBIO DI CARRELLI ALLA SAMARITAINE

In quel giorno di aprile del 1907 veniva inaugurato nel cuore di Parigi il nuovo palazzo della Samaritaine, il grande magazzino riaperto dopo un restauro durato quattro anni. Per l’occasione, Johann Strauss in persona, fatto venire da Vienna, avrebbe diretto un concerto di valzer, ed era previsto un elegante rinfresco servito sulla grande terrazza panoramica sul tetto dell’edificio. Fermo sotto le sculture art nouveau della porta, il proprietario, raggiante, riceveva con inchini e baciamani l’aristocrazia del sangue, del denaro e del talento artistico, invitata ai festeggiamenti. Dal parterre, le spirali sonore del maestro Strauss risalivano lungo le ringhiere floreali delle scalinate di marmo, mentre piccoli eleganti carrelli per la spesa di mogano e ottone venivano offerti agli ospiti da valletti in divise di panno grigio. Il colonnello Kranz, addetto militare  della imperiale ambasciata di Germania nonché capo delle spie tedesche sul suolo francese ne afferrò uno e lo spinse al centro del parterre affollato. Quaranta metri sopra di lui si apriva la gigantesca cupola di ferro e vetro, un prodigio della tecnica costruttiva, posata come una corona liberty sulla  sommità del palazzo. Ma il colonnello non era dell’umore adatto per ammirare le acrobazie architettoniche dei francesi. Si sentiva osservato, cosa che lo disturbava non poco, dal momento che era in missione segreta. Notò alla sua sinistra un capannello di gentiluomini in tuba e di ufficiali in alta uniforme che si impacciavano gli uni con gli altri con i carrelli, nel tentativo di spingersi verso una figuretta fasciata di seta con un piccolo turbante sormontato da una penna di pavone. Kranz riconobbe la bellissima del momento, l’attrice Eleonora Duse,  accompagnata da uno scrittore italiano di una certa notorietà.  D’Ovidio. No, D’Orazio. No, il nome doveva essere qualcosa come D’Annunzio. Fu proprio guardando verso il romanziere, che il colonnello scoprì chi lo stava spiando. Ach! Non poteva essere che lui, il suo persecutore, il verdammte ispettore Clouseau della Polizia Parigina. Un flic dall’aria da perfetto idiota che era riuscito a distruggere alcuni dei suoi più raffinati complotti. Doveva ringraziare lui, se rea stata arrestata e poi fatta fucilare la sua migliore collaboratrice, l’agente Mata Hari. E ora se ne stava laggiù, alle spalle dello scrittore, credendosi irriconoscibile nel suo ingenuo travestimento da capitano dei dragoni. Figuriamoci! Non è certo infilandosi una sciabola da cerimonia, o un paio di pantaloni sbuffanti sugli stivali, e nemmeno portando un bel kepì  dorato, che quel flic poteva pretendere di passare per un capitano dei dragoni! Andiamo!  Un capitano dei dragoni francese si riconosce a prima vista e non certo per l’uniforme, ma per quell’ inconfondibile insolenza, quell’ arroganza da galletto che sta passando in rassegna il pollaio che emana da ogni muscolo della sua persona. Quel Clouseau invece, poteva far venire in mente, al massimo, una povera faina spelacchiata. Però Kranz doveva seminarlo, il Clouseau, perciò spinse in fretta il carrello verso uno degli ascensori e sparì al secondo piano, confondendosi fra tavolini e scaffali, con l’aria di interessarsi alle merci esposte. Sollevò un piegabaffi e lo depose nel carrello. La stessa cosa toccò a un astuccio di spazzole per barba con manico d’argento. E poi fu la volta di un paio di guanti da calesse in pelle di daino. Quando fu sicuro di non essere seguito, uscì dal reparto per dirigersi verso l’ascensore. All’improvviso impattò contro un’ondata di profumo: violetta di Parma e essenza di bergamotto. Il profumo sembrava venire da un piccolo assembramento che circondava un carrello semirovesciato. Al centro dell’ ingorgo era steso l’ispettore Clouseau. Evidente- mente la sua sciabola era andata a impigliarsi fra i raggi delle ruote del veicolo, rovesciandolo, e ora il flic se ne stava bloccato lì per terra, come una farfalla trafitta da uno spillone. L’anziana marchesa di Clichy, momentanea proprietaria del veicolo, sibilava contro l’ispettore frasi velenose, imbottite di parole pesanti, imparate sui marciapiedi dei boulevards in un tempo molto lontano, prima ancora che conoscesse e sposasse il signor marchese buonanima. Intanto uomini di buona volontà, calpestando un tappeto di cocci di bottiglie di profumo, si davano da fare per liberare il poliziotto. “Dobbiamo spaccare il carrello a colpi d’ascia,” consigliava un corpulento nobile russo. ”Esageroma nen” ribattè un funzionario dell’ambasciata d’Italia, mentre afferrava al volo la marchesa, che, come imponeva il bon ton, stava svenendo. Kranz  sfiorando il gruppo, piegò leggermente la testa in un cenno di saluto beffardo destinato a Clouseau. Poi attraversò le ghirlande bronzee del cancelletto dell’ascensore e premette l’ultimo bottone in alto. Si trovò immerso in un bagno di sole e di aria fresca. Era nella grande terrazza sul tetto, che dominava la città. Qui doveva avvenire lo scambio dei carrelli. Qualcuno avrebbe preso il suo, e avrebbe lasciato un carrellino identico, con dentro alcune sciocchezze come quelle che aveva messo lui. Poi, sul fondo, ci sarebbe stato l’ultimo numero della Revue Illustrée, e dentro a quel numero, i piani segreti di costruzione del più moderno biplano francese, il Breguet Atlantique forniti all’impero germanico da un progettista traditore. Spingendo il carrello, Kranz si fece largo tra le tovaglie immacolate stese sui tavoli del rinfresco e giunse al bordo della terrazza, dove  fermò il carrello  girandosi a contemplare i tetti di Parigi sotto di lui. Presto percepì un tramestio alle sue spalle. Qualcuno in quel preciso momento stava dandosi da fare per scambiare i carrelli. Gut. Tutto filava come previsto.  Wunderbar. Stava per girarsi e afferrare il suo nuovo veicolo, quando un contrappunto di frasi pronunciate da numerose persone che avanzavano nella sua direzione lo convinse a restarsene ancora immobile a guardare il panorama. Con fastidio sentiva i nuovi venuti disporsi ai tavoli del rinfresco,continuando a parlare pacatamente fra loro in una lingua strana piena di a e di o. Quando ritenne che nessuno avrebbe fatto attenzione a lui, Kranz si voltò, e vide  una ventina di giapponesi che stavano chiacchierando ai tavoli, le donne in kimono sgargianti, gli uomini vestiti all’inglese, in giacca e pantaloni neri, bombetta e gillé a quadri. Scheiss. Ma la cosa seccante era che i nuovi venuti, in un delirio di ordine, avevano disposto con estrema precisione i loro carrelli vicino a quello destinato a lui, inglobandolo all’interno di una piccola ordinata falange di veicoletti di mogano, tutti uguali. Una falange compatta, dispiegata su quattro file di cinque carrelli l’una. Venti carrelli identici. Qual’era il suo? Scheiss. I carrelli erano tutti pieni, era quindi impossibile intravvedere una copia della Revue Illustrée  che facesse capolino dal fondo di uno di essi. Tentò di chiedere qualcosa ai giapponesi, ma questi non lo degnarono di uno sguardo continuando a seminare al vento le loro a e le loro o. Che fare? Ma ormai non c’era che una sola possibilità: fuggire. Perché due gen- darmi dalle ampie mantelline nere svolazzanti, come due pipistrelli da operetta, erano usciti sulla terrazza e correvano verso di lui. Li seguiva l’ispettore Clouseau, l’indice puntato nella sua direzione. Quando il colonnello Kranz fu portato via ammanettato, una delle signore in kimono si avvicinò a un carrello, ne sfilò un numero della Revue Illustrée e, uscita dalla Samaritaine, si diresse con calma verso l’ambasciata del Sol Levante.
2012     scritto da Pat 

Nessun commento:

Posta un commento