Quel carrello non era il suo.
C’erano i crackers con l’incarto rosso ma il resto non l’aveva scelto lui. Mise una mano dentro e tirò fuori un pacchetto di patatine. Inaudito. Piene di grassi, fritte in chissà quale olio vegetale, addirittura il pacco da cinquecento grammi. Lasciò cadere le patatine e prese un altro prodotto, un barattolo di Nutella, formato famiglia. Un concentrato di grassi idrogenati. Vergognoso.
Ormai era già alla cassa e aveva messo il separatore sul rullo. Era troppo tardi per avvisare la cassiera, il cliente prima di lui stava per pagare. Era troppo tardi per fare tutta la spesa di nuovo, il supermercato era in chiusura.
Iniziò a sudare. Si aprì il giaccone.
«Prego» lo incitò la commessa, con una voce meccanica che si confondeva con i bip di sottofondo. «Io, veramente… » Non riuscì a finire la frase, deglutì.
Dietro di lui la fila era smisurata, una famiglia di quattro persone gli stava alle calcagna con il carrello stracolmo. Dietro ancora, marito e moglie litigavano su quale offerta fosse la migliore. Poi ancora altre persone, tutte ferme a guardarlo. Come spiegare a tutti che quel carrello non era il suo?
«Prego?»
Iniziò a sentire la pressione della massa umana che incombeva alle sue spalle. Fece un respiro, si allargò la sciarpa, sudava sulla schiena.
«Prego! Venga avanti!»
«Guardi, io… »
«Senta, dietro la gente aspetta!». La cassiera lo guardò spazientita.
Deglutì, socchiuse gli occhi per un attimo. Poi iniziò lentamente a disporre i suoi acquisti sul rullo nero.
A casa svuotò la borsa ecologica mettendo tutta la spesa sul tavolo. Osservò la fila di prodotti, un ricettacolo osceno di conservanti e coloranti. Un mucchio di sostanze chimiche impacchettate in tinte sgargianti: solo calorie, senza vitamine, senza valori nutritivi. Quelle bibite, poi, una vera truffa. Acqua con bollicine, additivi, zucchero o peggio che mai edulcoranti artificiali. Assurdo che ci fosse gente così incosciente da comprare roba del genere.
Si slacciò la cravatta e si sbottonò la camicia.
Un tubo di cartone rosso attirò il suo sguardo. Provò a sollevare il tappo di plastica e si accorse che sotto c’era un coperchio simile a quello di una lattina. Infilò il dito nell’anello di apertura e strappò. Ne uscì fuori un odore sapido. Lo rovesciò e scoprì che dentro c’erano patatine rotonde larghe e ruvide. Esitò, poi si decise ad assaggiarne una. Poi ancora una. Dopo, un’altra.
Maliziosamente ondulate, grossolane al tatto, scrocchiavano decise una volta in bocca, lasciando un gusto ammaliante che ne richiamava una dopo l’altra.
Il tubo finì. Allora aprì il pacchetto di arachidi salate. Ne provò qualcuna, poi se ne versò una manciata in mano e la tuffò tutta in bocca. Il sale gli bruciava gli angoli delle labbra ma continuò a mangiare a mani piene. Prima che la lingua terminasse di sfiorare la forma liscia di quei piccoli siluri, i denti ne frantumavano con irruenza la perfezione. Alla fine del pacchetto, si leccò le dita salate.
Aprì la bottiglia da due litri di Coca Cola. Bevette a canna, un sorso pieno gli spruzzò in gola così tante bollicine che provò dolore a deglutire. Un rivolo spumoso gli scendeva ai lati della bocca, come se avesse affondato le fauci in una carogna ancora fresca di sangue. Si pulì con il dorso della mano destra, ruttò sonoramente e si stravaccò sul divano. Intanto, era rimasto in canottiera.
Aprì un pacchetto di barrette al cioccolato e i dolcetti rotondi al cocco. Un morso ad una barretta ed un morso al dolcetto, una in una mano, uno nell’altra. Non aveva ancora finito quando aprì anche il pacchetto di patatine da cinquecento grammi. Poi tolse la pelle al salame e lo tagliò a fette. Fette spesse almeno un dito. Metteva in bocca patatine e salame a riempire tutti gli spazi.
Affondò anche il cucchiaio nella Nutella. Poi direttamente le dita. Alla fine spalmò cioccolata sulle fette di salame e le masticò così tanto che gli sembrò di sentire sciogliere i pallini di grasso sotto la lingua.
Due ore dopo era sul divano, a gambe larghe con la testa all’indietro e la bocca spalancata, resti di Nutella sotto le unghie e sulla canottiera bianca.
Sognava di guidare un quad in mezzo al deserto, e dopo curve a gomito su burroni senza guardrail, finiva in una città. Passava con il rosso ed entrava direttamente con il quad nel supermercato. Alle casse c’erano la sua nutrizionista, i compagni di fitboxe, anche la sua ex ragazza, ora vegana. Non salutava nessuno, se ne usciva senza smontare dal quad e accelerava verso altri semafori.
Sognava e russava.
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