venerdì 13 aprile 2012

Spese impreviste



Tanto per cambiare, una ruota tirava da una parte. 
Arrancava sbilenco, ripensando al cane che aveva avuto anni prima: un meticcio dinoccolato dall’aria indolente, che al momento della passeggiata sfoderava uno spirito di contraddizione ostinato quanto imprevisto, strattonandolo senza riguardo per le strade del quartiere. Non ne aveva più voluti altri, in seguito. Certo, rientrando in casa gli mancavano ancora tutti quei salti di benvenuto e quegli annusamenti minuziosi, che gli lasciavano strie di bave lucenti sui pantaloni: eppure non sopportava le occhiate di scherno, compatimento o disapprovazione che gli altri proprietari di cani gli lanciavano, a seconda del loro temperamento, mentre incedevano sereni e dignitosi lungo il viale. Non è neanche capace a tenere un cane, pensavano sicuramente.
Al supermercato andava il meno possibile. A parte i carrelli bizzosi, lo disturbavano le muraglie di merci schierate sugli scaffali come reggimenti al fronte, e più ancora l’impeto predatore con cui i  clienti si avventavano sulle migliori offerte speciali, governando intanto i loro mezzi con invidiabile disinvoltura. In genere non lo usava neppure, il carrello, per non veder ballonzolare le sue misere monoporzioni in quella stiva destinata a famiglie che immaginava sempre numerose, e affamate di cibo e di carezze. 
Quel giorno, però, aveva deciso di procurarsi un piccolo assortimento di bottiglie e panettoni: non che contasse proprio di consumarli, ma voleva compiere almeno un gesto di buona volontà, pensando positivamente come aveva appreso di recente da un pratico manuale americano. Nonostante questi nuovi propositi,  si accorse presto che la confusione era davvero troppa per le sue abitudini, e dopo un breve girovagare si arrese, avviandosi verso le casse già presidiate da lunghe code bellicose. 
Una volta aggiunto il proprio carrello semivuoto all’estremità di una fila, per distrarsi nell’attesa si trovò a sbirciare gli imponenti bottini che lo circondavano : in buona parte tutti compravano le stesse cose, notò con stupore, quasi come se si fossero messi d’accordo senza dirglielo. E poi le vide, le noccioline. Da quanto tempo non ne mangiava? Da ragazzo, addirittura? All’improvviso, gli sembrò indispensabile procurarsene un sacchetto, anche a rischio di doversele mangiare tutte da solo: ne valeva la pena, per ritrovare lo scrocchio arrendevole del guscio, rugoso, e il frutto liscio e salato pronto ad apparire alla prima pressione delle dita. Sempre lottando con la ruota che insisteva a tirare da una parte, provò a raggiungere lo scaffale della frutta secca: no, troppo difficile fendere la calca vicino alle casse, meglio lasciare un momento l’insopportabile aggeggio in una zona più tranquilla. Le noccioline non erano poi tanto distanti, comunque; ritornò pochi minuti dopo, soddisfatto anche se sempre più frastornato. Afferrò deciso il carrello, sforzandosi di metterlo nella giusta direzione, ed ebbe la sorpresa di sentirlo muoversi docile e ubbidiente, cigolando in modo curioso.

Non se ne accorse subito, intento com’era a farsi strada verso l’uscita senza perdere altro tempo: fu solo un secondo bizzarro rumore a fargli abbassare lo sguardo. 
“Ma questa non è la mia roba”, pensò, subito rendendosi conto di quanto questa osservazione fosse – benché corretta – del tutto inadeguata. Anche lì pandori e torroncini, come dappertutto, ma in mezzo, quasi nascosto da un grosso pacco di pannolini, sedeva un bambino in tutina gialla intento a giocare col sacchetto di noccioline. 
Un bambino. Lo guardò come se non ne avesse mai visti prima, poi si guardò intorno e poi ancora il bambino, che nel frattempo aveva alzato gli occhi chiari su di lui e lo osservava con composta meraviglia: tra tanti oggetti sorprendenti, eccone ancora uno nuovo. Emise di nuovo quel buffo rumore, prima di tornare a concentrarsi sulle noccioline. Magari non proprio suo figlio, questo no, ma se le cose fossero andate diversamente sarebbe forse stato suo nipote: e di sicuro gliele avrebbe comprate, le noccioline, come faceva suo nonno con lui, quando fosse stato un po’ più grande. La confusione tutt’intorno diventò più indistinta, mentre si avventurava col pensiero nei territori impervi della memoria e del desiderio. L’unico particolare a fuoco rimase il bambino, luminoso nella sua tuta gialla, come il caldo raggio d’un faro in una notte pietrosa.
Fu allora che tese le mani e lo sollevò, così inaspettatamente morbido e leggero, e se lo appoggiò cauto sulla spalla. Lui gorgogliò ancora, soddisfatto per essere stato preso finalmente in braccio, quindi riprese a rosicchiare il pacchetto con le gengive.
Il carrello, lo lasciò dov’era. Uscì, badando a ricoprire bene col cappuccio i capelli piumosi; con cura tirò su la cerniera della tutina fino al collo e poi si avviò nella sera, mentre gli altoparlanti del negozio cinguettavano qualcosa che non capì. 
Insegne e lampioni splendevano senza pudore, trasformando il cielo in un soffitto uniforme e opaco: ma sopra brillavano pulite le stelle, lui lo sapeva.