Tanto per cambiare, una ruota tirava da una parte.
Arrancava sbilenco, ripensando al cane che aveva avuto anni prima: un meticcio
dinoccolato dall’aria indolente, che al momento della passeggiata sfoderava uno
spirito di contraddizione ostinato quanto imprevisto, strattonandolo senza
riguardo per le strade del quartiere. Non ne aveva più voluti altri, in
seguito. Certo, rientrando in casa gli mancavano ancora tutti quei salti di
benvenuto e quegli annusamenti minuziosi, che gli lasciavano strie di bave
lucenti sui pantaloni: eppure non sopportava le occhiate di scherno,
compatimento o disapprovazione che gli altri proprietari di cani gli
lanciavano, a seconda del loro temperamento, mentre incedevano sereni e
dignitosi lungo il viale. Non è neanche capace a tenere un cane, pensavano
sicuramente.
Al supermercato andava il meno possibile. A parte i
carrelli bizzosi, lo disturbavano le muraglie di merci schierate sugli scaffali
come reggimenti al fronte, e più ancora l’impeto predatore con cui i clienti si avventavano sulle migliori
offerte speciali, governando intanto i loro mezzi con invidiabile disinvoltura.
In genere non lo usava neppure, il carrello, per non veder ballonzolare le sue
misere monoporzioni in quella stiva destinata a famiglie che immaginava sempre
numerose, e affamate di cibo e di carezze.
Quel giorno, però, aveva deciso di
procurarsi un piccolo assortimento di bottiglie e panettoni: non che contasse
proprio di consumarli, ma voleva compiere almeno un gesto di buona volontà, pensando
positivamente come aveva appreso di recente da un pratico manuale americano.
Nonostante questi nuovi propositi, si
accorse presto che la confusione era davvero troppa per le sue abitudini, e
dopo un breve girovagare si arrese, avviandosi verso le casse già presidiate da
lunghe code bellicose.
Una volta aggiunto il proprio carrello semivuoto
all’estremità di una fila, per distrarsi nell’attesa si trovò a sbirciare gli
imponenti bottini che lo circondavano : in buona parte tutti compravano le
stesse cose, notò con stupore, quasi come se si fossero messi d’accordo senza
dirglielo. E poi le vide, le noccioline. Da quanto tempo non ne mangiava? Da
ragazzo, addirittura? All’improvviso, gli sembrò indispensabile procurarsene un
sacchetto, anche a rischio di doversele mangiare tutte da solo: ne valeva la
pena, per ritrovare lo scrocchio arrendevole del guscio, rugoso, e il frutto
liscio e salato pronto ad apparire alla prima pressione delle dita. Sempre
lottando con la ruota che insisteva a tirare da una parte, provò a raggiungere
lo scaffale della frutta secca: no, troppo difficile fendere la calca vicino
alle casse, meglio lasciare un momento l’insopportabile aggeggio in una zona
più tranquilla. Le noccioline non erano poi tanto distanti, comunque; ritornò pochi
minuti dopo, soddisfatto anche se sempre più frastornato. Afferrò deciso il
carrello, sforzandosi di metterlo nella giusta direzione, ed ebbe la sorpresa
di sentirlo muoversi docile e ubbidiente, cigolando in modo curioso.
Non se ne accorse subito, intento com’era a farsi
strada verso l’uscita senza perdere altro tempo: fu solo un secondo bizzarro
rumore a fargli abbassare lo sguardo.
“Ma questa non è la mia roba”, pensò, subito
rendendosi conto di quanto questa osservazione fosse – benché corretta – del
tutto inadeguata. Anche lì pandori e torroncini, come dappertutto, ma in mezzo,
quasi nascosto da un grosso pacco di pannolini, sedeva un bambino in tutina
gialla intento a giocare col sacchetto di noccioline.
Un bambino. Lo guardò
come se non ne avesse mai visti prima, poi si guardò intorno e poi ancora il
bambino, che nel frattempo aveva alzato gli occhi chiari su di lui e lo
osservava con composta meraviglia: tra tanti oggetti sorprendenti, eccone
ancora uno nuovo. Emise di nuovo quel buffo rumore, prima di tornare a
concentrarsi sulle noccioline. Magari non proprio suo figlio, questo no, ma se le
cose fossero andate diversamente sarebbe forse stato suo nipote: e di sicuro gliele
avrebbe comprate, le noccioline, come faceva suo nonno con lui, quando fosse
stato un po’ più grande. La confusione tutt’intorno diventò più indistinta,
mentre si avventurava col pensiero nei territori impervi della memoria e del
desiderio. L’unico particolare a fuoco rimase il bambino, luminoso nella sua
tuta gialla, come il caldo raggio d’un faro in una notte pietrosa.
Fu allora che tese le mani e lo sollevò, così
inaspettatamente morbido e leggero, e se lo appoggiò cauto sulla spalla. Lui
gorgogliò ancora, soddisfatto per essere stato preso finalmente in braccio,
quindi riprese a rosicchiare il pacchetto con le gengive.
Il carrello, lo lasciò dov’era. Uscì, badando a
ricoprire bene col cappuccio i capelli piumosi; con cura tirò su la cerniera
della tutina fino al collo e poi si avviò nella sera, mentre gli altoparlanti
del negozio cinguettavano qualcosa che non capì.
Insegne e lampioni splendevano
senza pudore, trasformando il cielo in un soffitto uniforme e opaco: ma sopra
brillavano pulite le stelle, lui lo sapeva.